Giovedì, 9 aprile 2020
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SPORT

Bar Milano, il solito calice amaro - di Tommaso Refini

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siena-inter-calaio18I sogni svaniscono all’alba, o almeno così si dice. Quello del Siena - battere l’Inter per muovere la classifica e sfatare il tabù nerazzurro - è diventato un incubo all’imbrunire di un pomeriggio autunnale. Caldo e soleggiato, fin quando la Robur ha tenuto testa a Zanetti e compagni; d’un tratto glaciale, quando Castaignos, olandesino di Schiedam, ha colpito a freddo il vecchio Rastrello. Per dimenticare una rete subita al minuto ottantanove, non è sufficiente alzare la testa e ammirare la basilica di San Domenico nascosta nell’ombra, uno sfondo d’autore che nessun altro stadio al mondo può regalare. Sono necessarie tanta camomilla e una notte di sonno, per sbollire la rabbia e mandare giù il solito calice amaro, che il Bar Milano ci serve con regolarità.

Per una partita intera, meno un battito d’ali, il cucù bianconero scandisce il tempo di gioco come un orologio svizzero. Interpretazione difensiva eccellente; fase offensiva che partorisce almeno tre occasioni ghiotte, di quelle che possono cambiare la direzione del galletto segnavento. L’Inter primeggia nel possesso palla, ma ai piedi della montagna depone le armi, perché nessuno è in grado di scalare la parete rocciosa.

Lo zero a zero del primo tempo fotografa perfettamente la gara: a tratti anche noiosa, dannatamente equilibrata. Una partita a scacchi giocata a ritmo blando, con l’Inter che muove con lentezza e il Siena che non ha difficoltà a rispondere. Al quarantacinquesimo lo score bianconero recita un paio di chance non sfruttate da Brienza e Calaiò, che a fine serata - insieme ad una terza freccia, scagliata dall’arciere a lato della curva Robur - diventeranno rimpianti; quello nerazzurro giusto un colpo di testa del Pazzo – per il resto avulso dal gioco interista – e un tiraccio di Samuel, che scaldano il tifoso ospite ma non impensieriscono i padroni di casa.

La prima mezzora della ripresa suona come il disco incantato del primo tempo
: si accende la luce dei riflettori, ma non quella della partita. Demerito della Beneamata, che avrebbe il compito di animarla e non riesce a farlo, nonostante il progressivo maquillage del fronte offensivo: dentro la linea verde Obi-Castaignos, ma sempre sui binari di un 4-1-4-1 per nulla efficace; infine largo all’artiglieria pesante, con Milito e Pazzini contemporaneamente sul terreno di gioco. E merito della Robur, che nonostante i cambi non snatura il 4-4-2 iniziale, ma soprattutto l’identità di squadra e l’interpretazione della partita. Tutto vero, almeno fino all’ultimo giro di giostra. Dopo le prove generali di gol, effettuate da Thiago Motta su calcio di punizione, ecco il momento inatteso del black out. Un errore in fase difensiva et voilà, un calcio al secchio del latte e il puntone vola via. Insieme a Brienza, espulso per doppia ammonizione: il numero ventitre salterà Bologna e questa è la vera nota stonata del concerto del Franchi.

Noi siamo figli delle stelle e, almeno in Italia, schiavi del risultato. Ecco spiegato perché uno zero a zero sarebbe stato accolto come una vittoria, mentre una sconfitta di misura – peraltro maturata in extremis e sull’unica disattenzione del pomeriggio – non fa chiudere occhio. Nella vita serve equilibrio, in particolare dopo le sconfitte. Il Siena ha pregi e difetti, che sta mostrando in maniera sempre più chiara. Ha un’identità tattica marcata, un eccellente spirito di squadra e tanta disponibilità al sacrificio. Per contro non è cinico, almeno con le grandi, e ha bisogno di novanta e più minuti di prestazione per non lasciare punti per strada. Valorizzare i pro e non sottovalutare i contro, senza mai dimenticare l’obiettivo di inizio campionato e senza farsi prendere dalla frenesia, è il piano di viaggio che porta lontano.
 
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