Giovedì, 9 aprile 2020
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TOSCANA

I numeri della Toscana durante la crisi

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crisieconomica-idealista450Gioie e dolori, curve che salgono ed altre che flettono. Non mancano numeri e dettagli nella fotografia sulla Toscana in questi ultimi anni di crisi scattata dall’Irpet, l’istituto di programmazione economica della Regione. Ed eccoli.

Le gioie
L’export all’estero è cresciuto dal 2008 al 2012 del 12,2%: è cresciuto di più all’inizio (+20.3% dal 2009 al 2011) e di meno dopo (+3% dal 2011 al 2013). E’ cresciuto dopo lo scossone subito nel 2007 e nei due anni successivi, quando la crisi finanziaria è dilagata sui mercati stranieri. Ed è cresciuto, in Toscana, più che in altre regioni. Senza contare le esportazioni in oro la Lombardia, nello stesso periodo, si è fermata all’1,8%, allo 0,7% il Veneto e al 4% l’Emilia Romagna, con una media italiana attestata al 4,3%. Anche il turismo avanza: +12,1% di presenze dal 2008 al 2011, con gli stranieri che pesano per oltre la metà (50,6%). Veneto e Emilia Romagna sono invece ancora dietro.

I dolori
Il resto sono tutti segni negativi: – 2,8% sul Pil (ma cala meno che altrove), -8,4% dell’import estero, -5,1% della spesa della famiglie, -2,3% della spesa della pubblica amministrazione, – 11,7% sugli investimenti. Lo sono negli ultimi due anni, dal 2011 al 2013, ma lo erano anche nel biennio 2007-2009, quando Pil, import e investimenti erano diminuiti in maniera ancora più consistente, la spesa per le famiglie aveva iniziato a contrarsi (-2%) e l’unico segno positivo era quello di una spesa pubblica in crescita, lieve, del 2,1%. Quanto all’export, l’unico segno negativo all’interno riguarda mobili (-14%), prodotti tessili (-6%) e nautica (-31%), ovvero settori vecchi e settori nuovi.

Il manifatturiero soffre, ma c’è anche chi ha successo
A patire la crisi sono stati soprattutto il manifatturiero e le costruzioni, ma non mancano le eccezioni. Un terzo della imprese di capitale manifatturiere hanno infatti realizzato aumenti di fatturato, a volte anche particolarmente alti: un fenomeno il cui perimetro, spiega ancora l’Irpet, è difficile da disegnare ricorrendo alle classificazioni tradizionali, sulla base cioè della dimensione (piccole, medie o grandi), della tipologia di produzione (tradizionali o ad alto contenuto tecnologico) o dell’inserimento in distretti. L’unico comune denominatore di queste imprese sembrerebbe l’alta qualità delle produzioni e la capacità di posizionarsi su segmenti elevati della domanda mondiale.

La Toscana che sa attrarre investimenti
Se anche gli investimenti calano (-21% nel biennio 2007-2009, -11,7% dal 2011) in controtendenza sembrano andare quelli stranieri e delle multinazionali: grazie anche alle Università, apprezzate da chi investe. I buoni esempi, recentissimi, non mancano. Dieci giorni fa la tedesca “Dialog Seminconductor” ha inaugurato a Livorno un centro di ricerca e design dove si studiano circuiti per far durare di più le batterie dei nostri smartphone e dove sono stati assunti venti ingegneri, per lo più del posto, che potrebbero in due anni raddoppiare. La General Electrics Oil&Gas, già presente al Pignone di Firenze e a Massa, si espande e decide di attrezzare sulle colline pisane di Larderello la sala prove delle nuove generazioni di turbine che si appresta a progettare. La francese McPhy, che produce innovative pile a idrogeno, ha appena deciso di investire a Ponsacco, dove già aveva comprato la piccola Piel. E poi ci sono la Continental, la Thales e la giapponese Yanmar.

Recessione, lieve ripresa e poi ancora recessione
Quello che le statistiche raccolte dall’Irpet raccontano e ci consegnano sono due fasi depressive intervallate da un biennio di lenta crescita. La crisi finanziaria mondiale ha fatto sentire i suoi effetti anche in Toscana a partire dal 2008, attraverso la forte caduta delle esportazioni, che in due anni si sono contratti in termini reali di oltre un quarto. Il clima di sfiducia ha portato a sua volta ad un crollo degli investimenti, le famiglie hanno perso reddito e sono diminuiti i consumi. Tra il 2010 e il 2011 le esportazioni sono tornate a crescere – già nel 2010 il valore era quello pre-crisi, che altre regioni hanno recuperato solo uno o due anni dopo – e c’è stata una ripresa lieve. Ma nel 2012 è arrivata l’austerity, la spesa pubblica è calata, la pressione fiscale è aumentata, sono crollati gli investimenti a causa anche delle difficoltà delle imprese ad accedere al credito e il sistema è tornato in recessione. Gli effetti più pesanti e vistosi hanno riguardato appunto l’industria (e in particolare quella delle costruzioni), che dal 2008 ha perso un quarto del suo peso, in una Toscana dove il manifatturiero puro – senza considerare il settore edile – conta ancora 11 addetti su 100, nonostante la precoce deindustrializzazione degli anni Ottanta. Ma la crisi ha colpito anche i servizi; e il terziario, per la prima volta da decenni, registra un duraturo, anche se più lieve, calo di vendite.

I numeri del mercato del lavoro
Il resto sono numeri in gran parte già noti: disoccupazione al 7,8% nel 2012 (in Italia il 10,7%) ed occupazione, dal 2008 al 2013, in calo soprattutto per i giovani tra 15 e 34 anni e in lieve crescita oltre i 35, in calo per chi ha un titolo di studio basso e in crescita per gli stranieri, con un -1,1% complessivo dal 2008 al 2012, pari al Veneto, peggio dell’Emilia Romagna (-0,5%) ma meglio che la Lombardia (-1,6%) e la metà dei posti persi in Italia (-2,2%). Numeri apparentemente non senza ‘qualche mistero’: come quelli che nella fase più acuta della crisi e nonostante la gravità delle situazione registrano ‘solo’ un calo di meno di 24 mila unità tra il 2008 e il 2010 e un recupero di 6 mila nei due anni successivi, i disoccupati che passano da meno di 74 mila nel 2007 a 88 mila nel 2008 e 132 mila nel 2012 e un calo della domanda di lavoro ancora più alto.
 
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