Domenica, 27 settembre 2020
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SALUTE E BENESSERE

A Siena nasce Briciole d'Amore, il punto di ascolto per le persone che soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare (Anoressia e Bulimia) e per i loro familiari

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Giovedì 18 dicembre alle 17.30 presso il Centro Dedalo
Il servizio a cura della psicologa Sara Silvan e del medico nutrizionista Oana Hornea sarà presentato per la prima volta in incontro gratuito e aperto al pubblico. Sarà attivo da gennaio, ogni primo e terzo giovedì del mese

bulimia-anoressiaSono disturbi del comportamento alimentare, meglio noti come anoressia e bulimia, e rappresentano una vera e propria “epidemia sociale”. In Italia sono oltre 3 milioni di persone a soffrirne e nel 85% dei casi si tratta di donne adulte, adolescenti e bambine, con storie difficili, spesso di abusi e maltrattamenti. Negli ultimi anni, il fenomeno comincia a riguardare anche gli uomini (circa il 20%) e per contrastarlo dal 1998, il Ministero della Sanità ha pubblicato indicazioni specifiche in merito alla prevenzione e al trattamento fondate sul principio della diagnosi precoce.

Nella cura dei disturbi del comportamento alimentare, infatti, il tempo è un fattore determinante. Per questo nasce “Briciole d’Amore”, il punto di ascolto e consulenza per le persone che soffrono di DCA e per le loro famiglie, in grado di fornire diagnosi precoci, supporto nei momenti di crisi e un primo riferimento e orientamento ai genitori in un’ottica di prevenzione e cura.

Un progetto ideato e curato della psicologa Sara Silvan affiancata dal medico nutrizionista Oana Hornea che sarà presentato per la prima volta al pubblico - giovedì 18 dicembre alle 17.30 - nell’incontro gratuito che si svolgerà presso il Centro Dedalo (Via Massetana Romana 64, Sopra l’Euronics). Il punto di ascolto sarà attivo da gennaio - ogni primo e terzo giovedì del mese dalle 9 alle 12 - sempre presso il Centro Dedalo. Le persone potranno prendere appuntamento utilizzando i seguenti numeri 3335974406 e 3337660242 o tramite mail scrivendo a  ssilvan@alice.it.

“Troppo spesso, i DCA vengono scambiati per malattie dell’appetito - spiega la dottoressa Silvan - ma le persone che ne soffrono, non hanno fame (solo) di cibo. Ciò di cui hanno fame è quell’amore che hanno sempre cercato fin da piccole. Il cibo (l’ossessione o il rifiuto) rappresenta un mezzo per comunicare il loro disperato bisogno d’amore: il cibo diventa quindi il surrogato della relazione con l’altro”.

Per la cura dei DCA, l’approccio terapeutico ritenuto più valido a livello internazionale è quello multidimensionale e interdisciplinare che prevede la collaborazione di specialisti diversi (internisti, nutrizionisti, psichiatri, psicologi clinici, dietisti) che si prendono carico delle diverse dimensioni, biologica, psicologica e socio-familiare, implicate nei DCA. Ma attenzione, però, “non possiamo parlare di un percorso di cura - spiega la dottoressa Silvan - senza il coinvolgimento dei familiari. Sono patologie che nascono all’interno di un contesto familiare, le cui dinamiche vengono completamente sconvolte dal sintomo. Il biglietto da visita con cui si presentano i genitori ai primi colloqui è quasi sempre lo stesso: “cosa dobbiamo fare? come ci dobbiamo comportare?“. Da qui la necessità di creare uno spazio di  ascolto, informazione e condivisione che tenga conto dei  vissuti personali e relazionali dei membri della famiglia”.

Il servizio è uno dei pochi dedicati a questo tipo di patologie a Siena. Uno studio del 2014 inserito all’interno del progetto nazionale “Le Buone Pratiche nei Disturbi del Comportamento Alimentare” dove è analizzata l’offerta di servizi presenti sul territorio nazionale per singola regione e provincia, evidenzia, infatti, che sul territorio senese è presente solo una struttura operante all’interno dell’Azienda Sanitaria Senese facente capo al Dipartimento di Malattie Metaboliche. Non sono presenti altri presidi che si occupano specificatamente di DCA. “Un servizio come questo rappresenta una risposta efficace - conclude la dottoressa Silvan - perché nella maggior parte dei casi l’assenza di un punto di riferimento fuori dalla struttura ospedaliera fa sì che le persone, una volta dimesse, tornino alle loro case senza avere la possibilità di proseguire il percorso di cura”.
 
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