Istrionico, intelligente, ma anche scanzonatamente ironico come lo sono gli uomini di mare, soprattutto, i toscani. Questo è Fabio Genovesi. Non ha ancora compiuto 40 anni, ma il suo precedente libro Esche Vive è in corso di traduzione in otto Paesi. Un successo, come sicuramente lo sarà Versilia Rock City, edito sempre da Mondadori, e presentato, ieri pomeriggio, nella Sala storica della Biblioteca comunale degli Intronati per la rassegna Lunedìlibri, promossa dall’assessorato alla Cultura, in sinergia con l’Università degli Studi di Siena.
All’incontro d’autore presentato da Roberto Venuti, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Siena, insieme a Genovesi, Orlando Paris, dottorando in Studi della rappresentazione visiva, per delineare questo giovane e già famoso scrittore, capace di creare testi avvincenti e, allo stesso tempo, dedicarsi a reportage per la rivista “Rolling Stone”, ad articoli per “Vanity Fair” e “Corriere della Sera”, scrivere soggetti per il cinema e il teatro. Tutto questo, chiaramente, dopo aver dedicato la maggior parte del suo tempo alla pesca sportiva, quella che lui stesso definisce "la sua attività principale".
Incredibile. Incredibile come questo romanzo dove, con estrema semplicità e bravura comunicativa, riporta, il lettore indietro nel tempo, per far conoscere le estati, bruciate in due mesi, e gli inverni interminabili a Forte dei Marmi, a partire dalla metà degli anni '80. I quattro protagonisti creati dalla sua abile penna: Mario, Renato, Nello e Roberta nel raccontare la loro vita, ci fanno ricordare la nostra. Esperienze che, anche se non corse in parallelo, si ritrovano. Come ritrovavamo gli amici del mare a ogni ritorno. Come ci ricordiamo di chi è partito dai racconti di chi è restato.
Siamo in Versilia. Una terra magica, per la sua carica simbolica. Lontana anni luce da quella, ora alla ribalta, per infiltrazioni camorriste. Il Forte, con la sua Capannina, era la spiaggia del jet set, poi dei russi che con valigie di soldi in manciate di mesi hanno comprato tutto quello che volevano: dalle ville alle radici e all’anima dei suoi abitanti.
Tra le pagine emerge "un territorio antropologicamente consumato dai suoi vacanzieri – come ha evidenziato Paris – e, al contempo, la Versilia non stereotipata, quella vissuta dai suoi abitanti, quando i riflettori, insieme al sole, si spengevano".
Dalle storie dei personaggi "la perdita dell’identità di un paese che ha avuto la fortuna-sfortuna di nascere dentro una scenografia estiva, ma anche la resistenza di chi lo abita"; i sogni e le cadute dentro inverni vuoti e canali di droga.
Nel romanzo di Fabio Genovesi c’è poco, se non nulla, di inventato. "L’unico modo per raccontare qualcosa e farla arrivare agli altri è metterla dentro ad una storia, il più possibile vera e onesta". E per farlo lo scrittore deve usare la semplicità. Solo così, per Genovesi, la scrittura arriva al lettore. "La vera rottura è non farsi prendere dal protagonismo". Niente di più vero, se condividiamo, con lui, anche il fatto che in Italia, troppo spesso "l’ambito culturale è privo di vie di mezzo, ci troviamo di fronte a scemenze totali o criptiche>". La sua è una cultura intesa in modo popolare, dove per imparare occorre sbagliare. Come scrive nelle ultime righe di questo libro che serve leggere per riflettere: "e poi non è che magari le cose sbagliate ci vogliono, che servono a reggere quelle giuste? Sì, insomma, tipo una specie di base. E allora, se le cose sbagliate ci vogliono, ci vuole anche qualcuno che le fa".





