Lunedì, 20 Agosto 2018
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Pet robot e Alzheimer: più tecnologia, più affetto

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Siena: un test pilota, condotto dal Laboratorio universitario di Robotica con due diversi modelli di automa, rivela: vita emotiva e linguaggio dei pazienti Alzheimer dipendono dalla qualità del robot
I risultati a Pistoia al congresso sui Centri Diurni Alzheimer

petrobotparoCosì come c’è robot e robot, c’è anche pet robot e pet robot. E al paziente Alzheimer la differenza importa eccome. Per l’uno apatia, per l’altro attrazione fatale pressoché immediata, coccole, sbaciucchiamenti, la scintilla di una comunicazione che si alimenta di affetto spontaneo e sincero. Né dipende dal tipo o dalla forma dell’animale bambola, quanto dalla sua diversa capacità di interagire basata sulla sofisticazione dei materiali e della tecnologia.

In attesa di uno studio su più larga scala in fase di definizione, lo dimostra senza esitazioni un test pilota comparativo tra due diversi modelli di automi di identico aspetto, appena condotto a Siena dal Laboratorio di Robotica e Tecnologie per l’Apprendimento del locale ateneo, centro d’avanguardia nella ricerca e sperimentazione di applicazioni terapeutiche.

Ne dà notizia Patrizia Marti, la specialista di design e informatica responsabile del progetto, che presenterà in dettaglio risultati a Pistoia (6 e 7 giugno) al 5° congresso nazionale sui Centri Diurni Alzheimer promosso dalla locale Fondazione Cassa di Risparmio.

La tecnologia giapponese, ricorda intanto, ha come noto prodotto un sofisticato robot da compagnia progettato per esprimere artificialmente emozioni. Si chiama Paro ed è già una celebrità internazionale col suo aspetto tenerissimo, pelo soffice e bianco, e i suoi sensori acuminati. Più che somigliare a un cucciolo di foca, è proprio un cucciolo di foca con una sua vitalità: reagisce alle carezze, muove corpo e testa, sbatte gli occhi, emette suoni, fa le fusa, mostra fastidio o stanchezza, e riesce perfino a imparare alcune parole al punto da voltarsi quando lo si chiama.

Messo alla prova con soggetti anziani affetti da demenza, Paro si è rivelato un potente catalizzatore di comunicazione emotiva, in grado di stimolare sentimenti di affetto, tenerezza, mansuetudine, prendersi cura. “Se questo era noto”, aggiunge la professoressa Marti, “restava il problema di capire se il processo fosse davvero attribuibile alle qualità del robot, oppure ad altri fattori come il tipo di movimenti, l’effetto attivatore del gruppo, il rapporto con il terapeuta. Il progetto del nostro ultimo studio nasce appunto da questa esigenza”.

Con la collaborazione dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, il test pilota è stato condotto nella Residenza Socio Sanitaria Le Ville di Porta Romana su un gruppo di pazienti donne, media 80 anni, a vari livelli di deficit cognitivo, mettendole a contatto alternativamente con Paro e con un pet robot reperibile sul mercato, di identica forma, ma meno tecnologicamente evoluto. In totale dodici sedute a testa, tre per settimana.

L’ipotesi iniziale che con questo secondo robot la reazione dei pazienti non subisse miglioramenti nella sfera cognitiva, comportamentale e linguistica, è uscita confermata da tre valutazioni effettuate all'inizio dello studio (1), dopo due settimane (2) e al termine (3). Il successo della terapia, si è scoperto, dipende proprio dall’evoluzione della robotica.

I risultati dei test cognitivi, in particolare del MMSE (Mini Mental State Examination), evidenziano infatti un miglioramento significativo in tutti i soggetti. L'analisi del comportamento mostra che l'interazione con Paro è assai più articolata, attiva e partecipe, capace per di più di una produzione linguistica più ricca di contenuti e di espressioni emozionali. L’altro robot, dopo un primo momento di curiosità, viene ignorato.

Il prossimo esperimento, ricorda la professoressa Marti, avrà un campione di pazienti con disturbi comportamentali molto più importante Obiettivo: valutare l’efficacia di Paro come alternativa non farmacologica per contrastare episodi di ansia, aggressività, agitazione.
 
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